Attraversamenti
O della frontiera come trasformazione
Cari lettori di frontiera,
Benvenuti in questa nuova puntata del bollettino che si è fatta a lungo attendere. L’ultimo mese è stato entusiasmante e caotico, pieno di incontri, abbracci, risate, viaggi in treno, scatoloni da preparare, scatoloni da rimettere a posto, lavoro arretrato, tantissimo caffè.
Dopo una fiera e un tour, eccoci di nuovo alle nostre scrivanie per parlarvi di un autore a cui teniamo moltissimo e della sua opera: lui si chiama Yuri Herrera e ha rivoluzionato il romanzo del confine e la lingua per raccontarlo.
E poi: una sorpresa e una nuova coppia di libri per Atlante minimo.
Mettetevi comodi, cominciamo!
Trilogia della frontiera raccoglie tre romanzi pubblicati nell’arco di poco più di un decennio: La ballata del re di denari, Segnali che precederanno la fine del mondo e La trasmigrazione dei corpi e permette finalmente di leggere in continuità un progetto narrativo che ha cambiato profondamente la letteratura latinoamericana contemporanea. L’impressione è quella di trovarsi davanti a un unico grande corpo narrativo attraversato da alcune ossessioni persistenti: il potere, la circolazione delle merci e delle persone, la violenza come forma di amministrazione sociale, il deterioramento del linguaggio pubblico, la sopravvivenza del mito all'interno delle strutture del presente.
Curiosi?
I. Contro il folklore della frontiera
La frontiera tra Messico e Stati Uniti è probabilmente uno dei territori più raccontati, fotografati, mitologizzati e deformati dell’immaginario contemporaneo. Cinema, reportage, serialità televisiva l’hanno trasformata in una superficie narrativa immediatamente riconoscibile: deserto, filo spinato, traffici clandestini, migrazione, violenza. Nel tempo, questo eccesso di rappresentazione ha prodotto una conseguenza paradossale: l’immaginario si è irrigidito in cliché e del confine conosciamo solo l’aspetto più superficiale ed esotizzante.
Trilogia della frontiera non offre al lettore una descrizione sociologica della frontiera né un racconto realistico del narcotraffico e della migrazione. Herrera compie un’operazione più radicale e, in fondo, più letteraria: restituisce al confine la sua opacità. Leggerlo significa entrare in un territorio dove le coordinate abituali smettono inesorabilmente di funzionare.
Nei suoi libri il confine non produce mai un’immagine pittoresca della marginalità. Produce piuttosto una tensione continua tra mobilità e controllo, tra invisibilità e sorveglianza, tra trasformazione individuale e amministrazione politica dei corpi.
In un’intervista Herrera ha raccontato di essere interessato alla costruzione delle narrazioni attorno al potere e alla violenza. È questo che rende i suoi romanzi così lontani da qualsiasi cronaca: la realtà, nei suoi libri, viene sempre trasfigurata in mito, ma un mito opaco, pieno di polvere.
II. Una letteratura del passaggio
Yuri Herrera scrive romanzi sulla trasformazione, su ciò che accade agli esseri umani quando vengono spinti al limite, un limite che può essere geografico, linguistico, politico o spirituale. Su un luogo instabile in cui le persone cambiano nome, cambiano voce, cambiano postura morale e il potere assume forme quasi feudali e insieme perfettamente contemporanee. Forse è per questo che i suoi libri, pur essendo immersi in un territorio precisissimo, sembrano sempre parlare anche di qualcos’altro, e sembrano immersi contemporaneamente in un tempo futuro e in un mondo arcaico.
I personaggi della Trilogia della frontiera sono figure in transito, sono tutti sospesi in uno stato intermedio, non soltanto geografico ma anche esistenziale. Abitano un mondo in cui milioni di persone vivono permanentemente sulla soglia: tra paesi, tra lingue, tra identità, tra sistemi economici, tra passato e futuro, un mondo dove il movimento non è più eccezione ma condizione permanente.
III. La ballata del potere
Nel testo che apre la trilogia, La ballata del re di denari, la struttura del potere criminale assume un carattere quasi feudale. Le figure che attraversano il romanzo sembrano provenire da una tradizione epica o cortese più che dall’immaginario contemporaneo del narcotraffico. Herrera evita sistematicamente il linguaggio della spettacolarizzazione criminale e che ha dominato gran parte della rappresentazione mediatica del Messico negli ultimi decenni. La violenza non viene trasformata in superficie estetica; rimane piuttosto una presenza diffusa, amministrativa, burocratica, incorporata nelle relazioni sociali e nei codici linguistici.
L’elemento musicale svolge qui una funzione decisiva. Il protagonista, Lupo, è un cantante di corridos: ballate popolari che raccontano imprese, traffici, tradimenti, omicidi. Herrera utilizza quella tradizione non come semplice riferimento folklorico, ma come struttura narrativa profonda. Il corrido, storicamente, appartiene a una cultura della trasmissione orale e della circolazione di storie lungo territori instabili. La sua presenza dentro il romanzo sposta continuamente il racconto verso una dimensione leggendaria, dove il potere si costruisce anche attraverso il controllo della narrazione.
IV. Makina e la discesa negli inferi
Forse uno dei modi migliori per comprendere la grandezza di Yuri Herrera è osservare ciò che riesce a fare con il personaggio di Makina nelle poco più di cento pagine di Segnali che precederanno la fine del mondo, il secondo testo della Trilogia.
Il romanzo segue il viaggio di Makina, una giovane donna incaricata di attraversare il confine per cercare il fratello negli Stati Uniti. Herrera parte dalla struttura minima di un romanzo di formazione e di una storia di migrazione e li trasforma in qualcosa di vertiginoso: diversi critici hanno infatti osservato come il percorso della protagonista richiami la discesa nel Mictlán, l’oltretomba della cosmologia azteca. I nove capitoli del libro corrispondono alle nove prove necessarie per attraversarlo. L’autore, però, evita qualsiasi esplicitazione simbolica. Il mito non viene sovrapposto al presente; emerge dal paesaggio contemporaneo.
È uno dei tratti più notevoli della sua scrittura: la capacità di restituire una profondità arcaica alle strutture della modernità senza produrre effetti di astrazione o esotismo. Le autostrade, i checkpoint, i telefoni pubblici, i tunnel clandestini e le periferie industriali conservano una materialità assolutamente concreta, eppure appaiono continuamente attraversati da una temporalità più antica.
Makina occupa una posizione centrale anche per un’altra ragione. La sua competenza principale riguarda il linguaggio: traduce, media, negozia. Conosce diversi codici linguistici e sociali, sa come modificare il proprio registro a seconda del contesto. Herrera attribuisce alla lingua una funzione eminentemente politica. Attraversare il confine significa entrare in un sistema di parole diverso, apprendere nuove inflessioni del potere, ridefinire la propria posizione all’interno del discorso collettivo.
Qui in particolare, la frontiera assume la forma di una condizione epistemologica: un luogo in cui nessuna identità rimane completamente stabile.
V. Una lingua che non esisteva prima
Herrera lavora sulla lingua in modo radicale, deformandone registri e cadenze fino a creare un idioma letterario estremamente personale. Nella sua prosa convivono oralità popolare, riferimenti biblici, gergo urbano, ballata, poesia, linguaggio burocratico, slang di frontiera. La sensazione, leggendolo, non è quella di trovarsi davanti a una lingua “sperimentale” nel senso avanguardistico del termine, ma piuttosto davanti a una lingua sottoposta a pressione storica: ogni frase sembra provenire da un territorio attraversato da conflitti di classe, migrazioni e contaminazioni culturali.
Un impasto di registri, ritmi e omissioni che produce qualcosa di completamente nuovo: una prosa che elimina le coordinate e rifiuta il naturalismo esplicativo. Non vuole che il lettore “osservi” il confine: vuole che ci entri dentro, e possibilmente che perda l’orientamento.
Ma Patti Smith lo ha detto molto meglio di noi:
Uno stile che non assomiglia a quello di nessun altro: una lingua tutta sua, uno slang poetico che sembra caduto da un altro cielo.
VI. La febbre, i corpi
Il terzo romanzo, La trasmigrazione dei corpi, è forse il testo più enigmatico, visionario e profetico della trilogia.
Tutto comincia con una città paralizzata da un’epidemia. Le strade sono deserte, le famiglie si barricano in casa, sulle porte delle farmacie compare la scritta “mascherine esaurite”. Il protagonista, il Mediatore, è incaricato di negoziare la restituzione di alcuni cadaveri tra famiglie rivali.
Il romanzo si sviluppa dentro un’atmosfera di quarantena e decomposizione sociale che oggi appare inevitabilmente perturbante (il testo è uscito per la prima volta nel 2013). Qui Herrera utilizza l’epidemia come condizione generale di alterazione del tessuto civile. Le relazioni umane vengono ridefinite dalla paura del contagio; il corpo diventa immediatamente una questione politica. Chi continua ad avere potere? Chi può attraversare la città? Chi resta invisibile? Chi viene sacrificato?
In questo senso l’epidemia potrebbe essere una malattia concreta oppure una metafora del contagio sociale, politico, morale. Quello che interessa allo scrittore è osservare cosa succede ai corpi quando l’ordine collettivo si incrina.
VII. Coda
Valeria Luiselli ha scritto:
Yuri Herrera deve avere mille anni. Deve aver viaggiato all’inferno, in paradiso e ritorno. Deve essere stato una ragazza, un animale, una roccia, un ragazzo e una donna. Deve essere stato molti uomini diversi. Nient’altro spiega la vastità della sua comprensione e la chiarezza brutale con cui illumina per noi l’animo umano.
Forse nei suoi libri convivono davvero molte epoche e molti universi, apparentemente lontanissimi: la leggenda orale, il western, la cronaca politica, il noir, il mito precolombiano, la poesia modernista. Ma soprattutto convivono molte forme del linguaggio umano: il canto, la minaccia, la preghiera, la negoziazione, il silenzio. Una lingua capace di apparire simultaneamente arcaica e futura, lirica e brutale, rarefatta e materiale.
Quello che resta, alla fine della lettura, è qualcosa di più difficile da definire e forse proprio per questo più raro: la sensazione di aver incontrato una lingua capace di modificare il modo in cui guardiamo certi territori.
È probabilmente questo il motivo per cui i tre testi che compongono Trilogia della frontiera continuano a essere letti con tale intensità a distanza di molti anni dalla loro prima pubblicazione. Non perché “spieghino” il confine, ma perché riescono a restituirne l’instabilità profonda: la sua qualità di luogo continuamente attraversato da traduzioni, perdite, metamorfosi.
Trilogia della frontiera di Yuri Herrera è uscito in libreria il 22 maggio nella collana Liberamente. La traduzione è di Pino Cacucci, la copertina di Flavio Dionisi.
Sorpresa: Yuri Herrera a Roma!
Due imperdibili eventi romani vi aspettano nei prossimi giorni:
Domenica 21 giugno alle ore 21
Yuri Herrera sarà ospite di Letterature. Festival Internazionale di Roma, allo Stadio Palatino. Sul palco insieme a lui ci saranno Emmanuel Carrère, Manuel Vilas, Veronica Raimo, Kiran Desai, Gaetano Bruno e Neri Marcoré. Il tema di quest’anno – perfetto! – è Sconfinamenti
Martedì 23 giugno alle ore 19 | Libreria Giufà
Yuri Herrera presenta Trilogia della frontiera in dialogo con Luciano Funetta
Atlante minimo
Un piccolo atlante per grandi viaggi tra le pagine. Una rubrica che parte da una considerazione semplice ma fondamentale: i libri non hanno scadenza. Così abbiamo pensato al nostro catalogo come a un baule di tesori, una mappa di luoghi e di storie da riscoprire.
Ogni mese lo esploreremo a partire da un tema e lo declineremo attraverso una coppia di titoli in dialogo tra loro. Il tema di giugno – quando le ferie sono ancora un miraggio – è:
Lavorare stanca: due romanzi sul working class hero


Sara Mesa, Il concorso | Traduzione di Elisa Tramontin
La protagonista di questo romanzo è convinta di aver trovato la strada giusta: un impiego, seppur temporaneo, nella pubblica amministrazione, un concorso da superare, la promessa di un futuro al riparo dalle incertezze. Ma una volta entrata negli uffici dell’amministrazione, scopre un universo fatto di procedure enigmatiche, rapporti di potere sfuggenti e regole che sembrano esistere solo per complicare la realtà. Con la precisione di una satira nerissima e il passo di un romanzo kafkiano, Mesa racconta il momento in cui la meta si trasforma in un nuovo labirinto.
Sarah Rose Etter, Qui non c’è niente per te, ricordi? | Traduzione di Lorenzo Medici
Se il posto fisso è un mito, il lavoro dei sogni è il suo gemello glamour. Cassie approda nella Silicon Valley, nel cuore dell’industria tech, dove tutto promette innovazione, successo e realizzazione personale. Peccato che dietro gli uffici scintillanti si nascondano burnout, competitività estrema e una pressione costante a essere sempre più produttivi, più efficienti, più performanti. Sarah Rose Etter firma un romanzo feroce sull’ansia contemporanea, in cui il lavoro invade ogni spazio della vita fino a diventare qualcosa di mostruosamente concreto.
Da una parte i corridoi della burocrazia, dall’altra gli open space delle startup. In mezzo, la stessa domanda: quanto siamo disposti a sacrificare sull’altare del lavoro?
“Tante parole. Sue. [...] Non se ne stanno lì soltanto per il piacere della vista o per nutrire l’orecchio. Sono una luce costante. Sono un faro che irrora di luce le pietre davanti a lui, sono una lanterna che avanza, si ferma, accarezza la terra e gli mostra come svolgere il compito che gli è toccato in sorte.”
Grazie per averci letto fin qui, ci vediamo in giro! E alla prossima puntata :)




